Murales sotto accusa. Quando le scritte sui muri fanno paura

Diego Riviera

Murales di Diego Riviera

Tempo fa avevo una maglia, fatta da un collettivo politico, che aveva in bella mostra la scritta “Non leggete i giornali, leggete le scritte sui muri”. Uno slogan molto semplice che contrapponeva la comunicazione istituzionale delle carta stampata a quella “popolare” delle scritte sui muri. Questa modalità povera di fare informazione ha origini antichissime. Dai graffiti nelle grotte fatti nella preistoria, attraversando il Rinascimento e passando per Diego RiveraMimmo Rotella l’uomo ha sempre utilizzato quest’arte per abbellire ciò che lo circondava. E per comunicare in modo differente.

Dagli anni Settanta questo mezzo diventa uno strumento per la contestazione politica e la diffusione di controinformazione. Proprio questa funzione genererà un rapporto spesso conflittuale con le istituzioni.

Oggi che siamo immersi in flusso continuo di notizie, appelli e avvisi diramati attraverso mille strumenti differenti (dal web alla radio, dalla tv ai giornali, dai cellulari ai cartelloni pubblicitari)  la street art viene riconosciuta o criminalizzata in base ai governi.

Nel nostro Paese, dove si pretende di omologare e controllare tutto ciò che è comunicazione, la stretta su questo fenomeno si è fatta più stringente. Nel 2006 a Como fu ucciso con un colpo di pistola Ganesh, writer di origine srilankese, esploso da un vigile del reparto “anti – writers“. Dal 2007 a Milano il Comune ha finanziato un apposito nucleo della polizia locale per il decoro urbano con tanto di agenti in borghese. Realizzando una banca dati elettronica per catalogare e individuare i writer che operano sul territorio. Nel 2008 nella stessa città sono stati denunciati quarantadue writers, di cui tredici minorenni. Ma il vero salto di qualità nella repressione si ha l’8 agosto 2009, quando viene introdotto nel pacchetto sicurezza l’articolo 693 del codice penale che prevede fino a sei mesi di carcere per i writer.

Oggi questa legge viene applicata nei confronti di Daniele Nicolosi, in arte Bros, mandato a processo per imbrattamento molesto dal Comune di Milano con una richiesta di risarcimento di 52 mila euro. Ieri, 6 aprile 2010, è infatti iniziato il processo penale (il primo di questo tipo in Italia) per due suoi lavori: uno su un muro di San Vittore realizzato nel 2004 (e per cui il reato è caduto in prescrizione) e uno su una pensilina dell’Atm (Agenzia dei Trasporti Milanesi).  Bros prima di essere messo sotto processo aveva esposto al Padiglione d’arte contemporanea, a Palazzo Reale ed è stato proposto per l’Ambrogino d’oro.

Murales di Bros

Milano, murales di Bros

Il processo non è tanto nei confronti di un’arte ancora non ufficialmente istituzionalizzata, ma verso un modo di comunicare che riesce a mantenere grazie alla sua specificità un grande valore simbolico. I maxi cartelloni pubblicitari che sovrastano le nostre strade e che affliggono il nostro sguardo rappresentano la contropartita commerciale dei murales. Difficile arginare un’idea, uno slogan, un’immagine se domina incontrastata al nostro orizzonte e se entra empaticamente a far parte del mondo che ci circonda. Il processo in corso deve essere letto quindi come una nuova azione atta a minare la libertà di espressione e di informazione.

AGGIORNAMENTO – Il giudice monocratico della VI sezione penale di Milano, Guido Piffer il 12 luglio 2010 ha dichiarato la prescrizione per il graffito sulle mura del carcere di San Vittore mentre per il caso della pensilina dell’ATM ha giudicato improcedibile la causa per mancanza della querela.

 

Nel film  del 1970 diretto da  Elio Petri “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” un ispettore senza scrupoli (Gian Maria Volontè) se la prende anche con le stritte sui muri. Per poter controllare e sapere tutto.

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2 thoughts on “Murales sotto accusa. Quando le scritte sui muri fanno paura

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