#15ott le voci sul web su black block e indignados

Cielo nuvoloso

Cielo nuvoloso

Il 15 ottobre si è svolta a Roma (e in contemporanea in tante altre città del mondo) la giornata internazionale di mobilitazione contro la crisi e la precarietà.

A Roma, come si è accorta anche la BBC, la giornata è stata particolare e ha avuto risultati pesanti. Non mi riferisco soltanto ai danni (valutati almeno 2,6 milioni di euro tra danni a cose pubbliche e private) o ai feriti (135?) ma allo spirito del movimento. Ho cercato di raccogliere sulla rete le impressioni e i commenti più siginificativi per contribuire a quell’ingranaggio collettivo che chiamiamo memoria. Credo che queste opinioni vadano lette con attenzione e vi consiglio quindi di aprire tutti i diversi link.

Doveva finire con qualche comizio ed è finita invece con ore di resistenza è l’incipit dell’editoriale pubblicato su Infoaut. “Al 15 ottobre ci si è arrivati in una situazione assurda, dove gli organizzatori dei comizi finali in piazza San Giovanni, avevano desistito da tempo di sfilare verso i palazzi del potere romano, che era l’unica cosa incisiva in una giornata del genere. Le iniziative dei giorni scorsi volevano smorzare e incanalare una rabbia diffusa e irrapresentabile che oggi si è manifestata in tutta la sua espressione.
Può anche essere vero che all’inizio la giornata avesse preso una piega difficile da spiegare (ma più comprensibile di altre volte se possiamo dire) con l’attacco a banche, Suv e compro oro, ma poi quello che si è visto è stato tutt’altro che qualche gruppo di esagitati, infiltrati, carabinieri o fascisti che dir si voglia nei social network.
Si è visto un corteo di giovani, per lo più giovani, non rappresentati da nessuno neanche all’interno del movimento, che in quel “Que se ne vayan todos”, si sono riconosciuti appieno. Giovani studenti, precari o disoccupati che si sono portati anche la maschera antigas nello zaino, perché pensavano di partecipare ad una giornata di riscossa, un po’ come per il 14 dicembre dell’anno scorso, dove nonostante tutti i calcoli degli organizzatori, il corteo straripò, fuori dai recinti e dalle mediazioni.”

Scrive Andrea Cortellessa sul blog Doppiozero: “Sin dall’inizio si era visto. Non erano pochi cattivi. Erano un altro corteo: dentro il nostro corteo, o insieme al nostro. E non erano lì per caso. Anche noi, del resto, eravamo stati avvisati. Tutti lo sapevamo, quello che sarebbe successo. E ciò malgrado, noi, siamo andati. E proprio per ciò, loro, sono andati. «Fascisti»? Troppo facile raccontarsela così. Di sicuro è «gente di merda», quella che in assetto di guerra spinge famiglie con bambini sul campo di battaglia – per farsene scudo umano. Quando davvero erano pochi, si limitavano a mimetizzarsi nel folto del corteo e a sgusciarne fuori quando il gioco si faceva duro. Ora prendono la testa del corteo: chi ci sta lo trascinano in piazza e chi non ci sta, lo costringono. È gente di merda perché è gente che pensa di merda – più esattamente non pensa, non ha progetto politico di sorta. Non tacciono più sul loro vuoto – ora lo rivendicano.”

E infatti sul blog Nero si legge: “Siamo noi la generazione fuori dalla storia. Rabbiosa, disperata, accecata dalla furia. Siamo noi. Siamo la generazione vittima della storia dei propri genitori, ispirata da quella dei propri nonni partigiani, schiava del presente senza fine, senza passato, e senza futuro. Noi non vi capiamo e voi non ci capite. […] Siamo oltre la sfera del bene e del male, furia cieca e rabbia nera. Non cerchiamo giustificazioni, è inutile parlare. E’ inutile discutere. Non cercate di capirci. Non potete. Perché avete un passato, o un presente e anche se non ci credete alcuni di voi hanno anche un futuro. Perché non vogliamo avere ragione. Perché siamo fuori dalla storia. Nel bene e nel male. Ma non cercate di addossarci la responsabilità del nostro presente. Perché l’unica cosa che abbiamo è la nostra vita. E un posto per noi lo troveremo. Costi quello che costi.”

Gli risponde virtualmente Marina Petrillo sul sito Tweetdeep: “Dentro al movimento, con le vostre forti braccia e magari anche il cervello, potete sperare di contare qualcosa. Ma se non avete rispetto, se non vi fidate di nessuno, se siete cinici e nichilisti e avete già deciso che non cambierà mai niente, se pensate di essere un po’ più derubati degli altri, più precari degli altri, più disoccupati degli altri, allora andate a fare gli esclusi per scelta sugli spalti degli stadi, o a spaccare vetrine da soli finché non sarete cresciuti – con la vostra illusione di avere sempre ragione, di sfidare il sistema, o di distruggere i simboli della proprietà privata mentre è vostro padre che paga ancora le rate. Vi va bene che siete italiani. Vi va bene che qui c’è qualcuno a cui fa comodo che esistiate, che finge di non vedere i bastoni nascosti a San Giovanni dalla sera prima, che non vi ferma alla stazione Termini mentre passate col viso coperto e un metro di legno che vi spunta dagli zaini. Vi va bene che qui il rapporto di fiducia con la polizia è così corroso e malato che a via Merulana si è fatta un’assemblea tragica in mezzo ai lacrimogeni per decidere se consegnare o no 3 di voi agli agenti – perché la polizia è maiale se ti carica, o se carica quelli sbagliati, ma è anche vigliacca se non ti protegge dai provocatori. Vi va bene che siete nati in un paese così bizantino e pieno di segreti che le teorie del complotto sono sempre lecite. Vi va bene che siete in un paese vecchio, l’unico in cui il movimento che dichiara la fine di un sistema fallimentare scende in piazza ancora coi suoi stracci di bandiere, con le sue divisioni tribali, con i suoi rottami di sindacato, col suo ritardo spaventoso in un paese governato da un impunito. Vi va bene che siete in un paese ipocrita, teatrale, che sfila in tv ma poi alle assemblee di discussione non ci va, e che ha aspettato invano per anni che qualcuno lo chiamasse in piazza invece di andarci e basta. E vi va bene che siamo ancora così stupidi da organizzare cortei-fiume in mezzo ai palazzi più preziosi del mondo invece di occupare pacificamente una piazza – perché certo, poi ci toccherebbe anche metterla in sicurezza noi stessi, e tenerla pulita, e prendercene la responsabilità. Vi va bene che vi sia stato offerto di nuovo un palcoscenico – voi, e tre ore di caroselli anni ‘70 delle camionette in diretta tv. Col “sistema” sembrate d’accordo almeno su una cosa: sul fatto che è meglio non manifestare del tutto, che è meglio tenere la bocca chiusa e starsene a casa, cioè esattamente l’opposto di quello che reclama questo movimento – il diritto a riprendersi lo spazio pubblico, e a usarlo per il bene comune. Avrete pure vent’anni ma siete vecchi anche voi, non scandalizzate nessuno, e vi lasciate usare. Vi hanno fatto credere che la prima linea sia quella piazza da cui avete divelto i sanpietrini, e ci siete cascati. E invece, come vi dirà qualunque vero rivoluzionario, la prima linea è dentro, e si trova insieme, e costa tempo, pazienza, e fatica.”

San Giovanni

San Giovanni

“Qualcosa non ha funzionato e la corda si è rotta. Non sono riuscito a capire, davvero, chi fossero quei tipi vesiti di nero. Forse gente incazzata oltre il limite, forse infiltrati, forse fascisti di Casapound in una delle loro innumerevoli vesti, forse i leggendari “anarco-insurrezionalisti”, forse agenti dei servizi, forse pezzi di tifoseria che non hanno trovato la strada per lo stadio. Non lo so. Ne ho visti parecchi da vicino. Alcuni erano ragazzini. Altri no, altri erano grandi.” ( Pasqueen)

La domanda che tutti si sono fatti e che si continuano a fare è chi sono quelle persone nascoste dalle sciarpe, dai caschi e dai passamontagna? “Sono gli stessi volti che pagano l’affitto delle vostre case fatiscenti, sono i volti a cui proponete contratti da 500 euro al mese con possibilità di assunzione dopo 1 mese di prova e passaggio al fulltime da 800. Sono i volti che vi propongono i progetti di tesi a cui fate aggiungere i vostri testi noiosi, sono i volti dei ragazzini di periferia a cui date gli schiaffi quando li beccate con un pò di fumo in tasca. Sono le persone che vi cucinano il sottofiletto tenero nella osteria ricercata e chic e lo fanno a nero 50 euro a serata, sono quelli che vi fanno il cappuccino con la schiuma. Sono quelli che vi rispondono al telefono dicendo “892424 posso esserle utile?”, sono quelli che comprano la verdura al Lidl perchè alla Crai costa troppo. Sono quelli che animano le vostre vacanze per 450 euro al mese, sono quelli che preparano i mercati in cui comprate la frutta fresca. Sono quelli ai quali la precarietà sta togliendo linfa vitale, sono quelli che fanno una vita di merda ma che si son stancati di accettarla, di subirla.” (Chi sono i Black Block – nota pubblicata su Facebook a firma Collettivo Universitario Autonomo)

“Questi non occupano il teatro Valle e non ascoltano gli uomini di cultura e i loro lamenti. Sono folli di rabbia, pazzi di distruzione. Sono cronaca nera, forse è vero. Ma è nella cronaca nera che oggi si legge quanta rabbia e quanta disperazione stia producendo la crisi in chi era già ai margini, in chi è senza reti di protezione, in chi non sa a che santo votarsi. Ma è sulla cronaca nera, sulla rabbia e sulla disperazione, che qualunque proposta politica di trasformazione, di riforme, deve misurare la sua credibilità. Mohammed Bouazizi, il giovane ambulante tunisino che si diede fuoco per protesta contro una multa dei vigili, era cronaca nera, un episodio di disperazione e rabbia, prima che un movimento lo trasformasse in un’onda politica inarrestabile. […] Vedete, la domanda vera non è come mai a Roma il 15 ottobre ci sia stato l’inferno […] ma come mai non succeda tutti i giorni un casino simile. […]  Il tumulto non viene da Marte, non è un complotto organizzato da minoranze di facinorosi. È nelle nostre attorcigliate viscere. È il buco nero della politica, il collasso della materia. Ma è nel nostro universo. È qui che si misura la sfida di una politica del cambiamento, nel trasformare la rabbia in speranza, nel dare alla rabbia una speranza.” (Lanfranco Caminiti su Alfabeta2)

Peter Gomez evidenzia sul blog de Il Fatto Quotidiano come “Negli anni ’70, quando un pezzo importante di una generazione si diede addirittura al terrorismo o gravitò pericolosamente intorno alla lotta armata, quella follia almeno un obbiettivo (che chi scrive non ha mai condiviso) lo aveva: il marxismo e la dittatura del proletariato. Adesso invece l’obbiettivo è “la rivoluzione, la distruzione e il superamento delle cose presenti”. E la principale ragione di essere dei protagonisti degli scontri è quella di rappresentare “una forza che sappia spazzare via il passato, la politica classica, la finta illusione di libertà, il capitalismo mercantile e forse la democrazia stessa”. Insomma, il dopo non c’è.  L’obbiettivo finale non esiste. Quello che conta di più è la battaglia, lo scontro, l’assenza di paura.”

E allora cosa lega un giovane vestito di nero con la spranga in mano a una pensionata calabrese col mattarello in mano? si domanda Manginobrioches sul suo blog: “Il primo ha derubato la seconda. Le ha tolto la rabbia e l’ha usata lui, per bruciare Roma.”

Gulliver

Gulliver

“Non ci nascondiamo certo per dire che certe scene viste nel corteo non ci sono piaciute perché certi atti sono poco comprensibili dalla massa delle persone in corteo oltre che pericolosi (in primis il dare fuoco alle macchine mentre sta passando un corteo di centinaia di migliaia di persone). Fino a scadere nel qualunquismo che non è certo dote rivoluzionaria. Le banche buttate giù vengono comprese dai più, atti vandalici generici no. Era una manifestazione senza obiettivi precisi e ciò ha dato spazio a qualunque cosa. […] E’ tangibile nell’aria che ci sia una necessità infinita di parlare di politica, di darsi modi e pratiche concrete per combattere concretamente questa crisi e lo scippo che ne consegue. E per fare ciò serve riprendere luoghi pubblici, dibattiti collettivi e confrontarsi. Sabato non è stato possibile, ma gestire una piazza di 300.000 persone non è certo facile. Specialmente in una situazione di tensione come si sta vivendo in Italia.” (Senza Soste)

Filippo Solibello si chiede se non sia giunto il momento di smetterla con le manifestazioni e i cortei? dato che ormai accade sempre e comunque lo stesso terrificante schema: Movimento-Consenso-Manifestazione-violenze-polemiche-fine movimento.

Gli risponde Cesare Piccitto su Invisible News: “Sarebbe corretto richiedere e organizzare altre manifestazioni con un più adeguato servizio d’ordine che per il futuro non permettere agli “spaccatutto” di fermare ed eliminare a livello mediatico una mobilitazione ben riuscita. Come dire più servizio d’ordine meno Bonghi. A molti indignados è stato impedito di manifestare pacificamente e gioiosamente come avrebbe voluto. Sono doppiamente indignati perché avevano deciso di scendere in piazza per costruire non per distruggere. Nella manifestazione del 15 si è resa visibile quella generazione a cui sottraggono ogni giorno pezzi di futuro, è scesa in piazza con l’intento di immaginare insieme alle ragazze e ai ragazzi di tutta Europa una via d’uscita alla crisi che annienta le nostra energie migliori.”

Sul blog Polvere da Sparo le impressioni sulla piazza del 15 ottobre sono diverse: “migliaia di persone hanno resistito con una bella determinazione e tanta rabbia alle cariche della polizia, ai folli caroselli dei blindati e dei tir con gli idranti che sfrecciavano tentando di calpestare la gente. Resistenza e determinazione in almeno cinquemila persone, che hanno retto per più di tre ore contro un imponente esercito di melma di Stato. Da Roma, dalla Val di Susa, da Pianura, da un po’ tutta Italia, erano centinaia e centinaia le persone che non scappavano davanti alle loro cariche, anzi, controcaricavano con gioia e forza. Altro che black bloc, non siamo ridicoli!

La Rete della Conoscenza la pensa diversamente: “Altro che palazzi del potere, ad essere attaccato è stato il corteo. Si è scelto di devastare il percorso, impedendo a centinaia di migliaia di persone di prendere parola, di finire il corteo, di caratterizzare la giornata nelle proprie modalità. Questo è il dato fondamentale dal punto di vista politico. Ed è sulla politica che il movimento deve interrogarsi. Queste pratiche sono per noi inaccettabili, ma qui si è di fronte a qualcosa di ancora più grave: in via Labicana si è consapevolmente deciso di far saltare il corteo, per evitare che potesse arrivare in piazza San Giovanni.  E’ una violenza  strumentalizzare un corteo di massa ed eterogeneo, imponendo tutta la propria arroganza minoritaria. La risposta è la democrazia nei movimenti, nelle piazze.”

Per il sito Nuovo e Utile sono “tre i fatti fondamentali:
– Il 15 ottobre parte una manifestazione mondiale di straordinario peso. È un fatto nuovo: 951 città e 81 paesi coinvolti, secondo gli organizzatori.
– Una cosa del genere sarebbe stata sia impensabile sia impossibile da organizzare prima dell’avvento di internet.
– L’obiettivo dichiarato è il più ambizioso che si possa immaginare: rimettere in discussione le regole dello sviluppo economico. Che non stanno funzionando. Vuol dire tout court rimettere in discussione il futuro per cambiarlo in meglio, o in meno peggio. E in che cosa si risolve, qui, tutto questo? Santa polenta, in un corteo. Dico: un corteo. Come quelli che facevamo nel 1968. Prima che l’uomo arrivasse sulla luna. Come quelli che Pellizza da Volpedo immortalava a inizio ‘900. Quando prendeva il volo il primo dirigibile. E che cosa succede poi? Alcune centinaia di bestiali teppisti spaccano tutto. Come i luddisti inglesi con i telai a fine ‘700, agli albori della Rivoluzione industriale. E forse il paragone non è così peregrino, se Anarchopedia rimanda dalla voce Luddismo alla voce Black Bloc. […] Dov’è finita l’energia creativa del movimento?

Operai

Operai

Su Indymedia nel post di Luca Marcantonio la prospettiva è diversa: “sbagliano questi pseudorivoluzionari che nulla distingue dai teppisti da stadio e dai fascisti. Neanche la teoria politica che non credo abbiano e certo non hanno tentato di esprimerci ieri. Sul piano del coraggio e dell’organizzazione sarebbero ridicoli se non fosse che producono feriti e danni e che con le loro azioni nei punti più comodi per la reazione della polizia seguite da vili fughe scomposte verso piazza San Giovanni hanno attirato la polizia proprio lì. Un caso? Non ci saranno stati infiltrati ad avere buon gioco su una massa di cretini? Da 50 sono diventati 500. Rovinando la manifestazione ad almeno 100.000.

La discussione è anche mediatica, su Rainews abbiamo visto un’intervista a uno studente romano di 15 anni investito da un blindato della polizia mentre Repubblica ha sentito un manifestante precario di 30 anni che afferma di esercitarsi in Grecia per prepararsi agli scontri.

Tutto quello di cui ha bisogno un giornalista è qualche criminale invasato; centinaia di persone rifiutano di abbandonare la piazza alla polizia, respingono le cariche, cacciano i carabinieri più volte (episodi narrabili in mille modi diversi, condivisibili o meno) al giornalista di Repubblica o dell’Ansa non interessano, perché soltanto solo una cosa interessa: il Black Bloc da sbattere in prima pagina, per terrorizzare il cittadino ignaro e, soprattutto, per far sì che qualche indignato si indigni ancora di più, ma contro chi era con lui in quella piazza. […] il problema è produrre narrazioni anche diverse, contraddittorie, al limite incompatibili di ciò che è successo e di ciò che dovrà accadere, ma non lasciare a questi potentati dell’informazione, o a qualche giornalista interessato, il compito di scrivere che cosa è stato e che cosa avrebbe dovuto essere il 15 ottobre. Perché il movimento non potrà guadagnare alcuna autonomia sul terreno progettuale e dell’azione di massa, finché non avrà saputo conquistare l’autonomia del racconto, della discussione, del giudizio e dell’informazione.” (sempre un editoriale su Infoaut)

Molti articoli e molte interviste pubblicate sui media istituzionali hanno tirato in ballo il Movimento No Tav accostandolo ai violenti, mi sembra giusto riportare anche la loro voce  “Nonostante i deliri, i falsi scoop e le interviste inventate di sana pianta su chi nelle nostre montagne si viene ad addestrare, ribadiamo quanto abbiamo già detto nel comunicato che indice la manifestazione di domenica 23 ottobre, cioè che andremo in massa, alla luce del sole e a volto scoperto, alle recinzioni abusive del non cantiere di Chiomonte, per darci un taglio! Per dare un taglio ai soldi pubblici spesi per un’opera che abbiamo dimostrato inutile in tutti modi. Per dare un taglio ad un non cantiere che sebbene finanziato dalla Ue, è illegittimo e ed è solo un fortino militare che ci costa 90.000 euro al giorno. Per dare un taglio a chi vorrebbe accrescere un debito, quello pubblico, che non siamo disposti a pagare. Lo faremo con le modalità della nostra lotta: pacifica, determinata e popolare.
A quanti affamati di scontri da mettere in prima pagina, lasciamo le congetture e le amenità, noi, nel nostro piccolo, lottiamo con chiarezza“. (comunicato del Movimento NoTav)

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