Il mondo perduto dei follower secondo Bauman

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L’ultimo «ter­ri­to­rio» che Zyg­munt Bau­man ha comin­ciato ad esplo­rare è quello della Rete. Uno spa­zio dove tutte le com­po­nenti di quell’affresco sulla moder­nità liquida sono evi­denti, ma sono assem­blate in modo tale da assu­mere una «natu­ra­lità» che mal si accom­pa­gna con la rifles­sione dello stu­dioso che con­si­dera, invece, la moder­nità liquida come una «pro­du­zione» dell’umano stare in società. La dis­so­lu­zione dei legami sociali (le isti­tu­zioni della socia­lità, scri­ve­rebbe Georg Sim­mel), la crisi dei con­fini nazio­nali non sono quindi un dato di natura, bensì l’esito delle rela­zioni sociali. Per Bau­man, que­sti ele­menti hanno nella Rete una esem­pli­fi­ca­zione evi­dente, che getta tut­ta­via luce sulle ambi­va­lenze dei sen­ti­menti, i modi d’essere, gli stili di vita pre­senti nelle società con­tem­po­ra­nee. In Ita­lia, per rice­vere il pre­mio Heming­way, Bau­man ha fatto il punto sulla sua esplo­ra­zione del cyber­spa­zio. Ed è da qui che prende l’avvio l’intervista.

Due sono i temi affron­tati nella «lec­tio magi­stra­lis» che ha tenuto in occa­sione del Pre­mio Heming­way che le è stato con­fe­rito a Lignano Sab­bia­doro: il primo riguarda le impli­ca­zioni vischiose della nuova «casetta» online che la mag­gior parte di uomini e donne, oltre­ché la quasi tota­lità dei nativi digi­tali, ormai abita. Par­ti­rei da qui, e dai rischi evi­den­ziati dallo scrit­tore sta­tu­ni­tense da Don DeLillo fin dagli anni Set­tanta di una tec­no­lo­gia capace di sgu­sciare fra le dita di chi si illude di usarla. Sem­pre più quelle tec­no­lo­gie si pre­sen­tano come una forza cieca e invin­ci­bile che sta asser­vendo l’umanità, det­tando l’agenda sociale, costrin­gendo uomini e donne a cor­rere per com­prare l’ultima irri­nun­cia­bile novità.

Le riper­cus­sioni della pre­va­lenza dell’online sull’offline sono ben lungi dall’essere state colte dalla mag­gior parte della gente. Oggi vivere online è qual­cosa che tende ad essere dato per scon­tato e apprez­zato. Le nuove tec­no­lo­gie sono utili, si sostiene, ci sem­pli­fi­cano la vita, ci con­net­tono con mondi che fino a poco tempo fa si pote­vano sol­tanto imma­gi­nare men­tre oggi sono final­mente dispo­ni­bili, a por­tata di click. Ampliano le nostre cono­scenze, ci arric­chi­scono di infor­ma­zioni e di espe­rienze, ci «aumen­tano» e miglio­rano indi­scu­ti­bil­mente la nostra vita. Chi vor­rebbe un lento calesse invece di una potente auto­mo­bile che può sfrec­ciare a due­cento all’ora? Chi sarebbe dispo­sto nelle rela­zioni a distanza ad atten­dere l’arrivo di una let­tera di rispo­sta quando l’interscambio gra­zie alla posta elet­tro­nica può essere istan­ta­neo?
Se ci si ferma a que­sti aspetti super­fi­ciali, non vale la pena discu­terne, i van­taggi dell’online sono autoe­vi­denti. Se però ci si sof­ferma a riflet­tere sulle sette ore al giorno che i gio­vani pas­sano in media a usare le nuove tec­no­lo­gie, sulla radi­cale tra­sfor­ma­zione delle rela­zioni che hanno total­mente ban­dito l’impegno – con gli oneri che com­porta ma anche con lo spes­sore e la pro­fon­dità che con­sente – e che hanno sosti­tuito al dia­logo un’infinità di casse di riso­nanza indi­vi­duali che rie­cheg­giano nei social net­work dove non ci sono più inter­lo­cu­tori ma fol­lo­wer, qual­che domanda sorge inevitabilmente.

Jona­than Fran­zen ne ha par­lato nel suo penul­timo libro «Più lon­tano ancora» di que­ste casse di riso­nanza: «Diven­tare amico di una per­sona su Face­book signi­fica sem­pli­ce­mente inclu­derla nella nostra per­so­nale sala degli spec­chi adu­la­tori». Nei suoi libri lei ha descritto la genesi di que­sta muta­zione antro­po­lo­gica che ha incluso, nei suoi pas­saggi, anche il walk­man di cui aveva scritto nelle «44 let­tere dal mondo liquido»…

È abba­stanza tipico svi­lup­pare una dipen­denza dalle inno­va­zioni tec­no­lo­gi­che. Le mie figlie, da pic­cole, erano rima­ste ipno­tiz­zate dalla tele­vi­sione allo stesso modo in cui oggi si subi­sce la fasci­na­zione degli smart­phone e degli iPhone. Ma la tele­vi­sione una volta si guar­dava in com­pa­gnia. L’avvento del walk­man, invece, ha già con­tras­se­gnato una ster­zata verso il mondo indi­vi­dua­liz­zato in cui viviamo, dove viene richie­sto a cia­scuno di tro­vare solu­zioni indi­vi­duali per i pro­blemi glo­bali di quest’era e dove, di con­se­guenza, si accen­tua la ten­denza a rin­chiu­dersi nel pro­prio boz­zolo. Lo slo­gan con cui si pro­muo­ve­vano i walk­man era: «Mai più soli!». I ragazzi, e via via sem­pre più adulti, da quel momento pote­vano andar­sene in giro con le cuf­fie ad ascol­tare la musica o un pro­gramma che facesse loro com­pa­gnia in modo per­ma­nente. Mail mes­sag­gio era dop­pia­mente ingan­ne­vole per­ché già il fatto di affer­mare «Mai più soli!» pre­sup­po­neva che fino ad allora fos­sero stati, appunto, soli, e soprat­tutto l’ascolto indi­vi­duale diven­tava una sorta di guscio pro­tet­tivo che li allon­ta­nava dalla pos­si­bi­lità di incon­tri con altre per­sone.
In sostanza, non è che non si fosse più soli: ci si sen­tiva non più soli. L’arrivo trion­fale degli iPhone e dei social net­work ha rista­bi­lito i con­tatti con gli altri, cen­tu­pli­can­doli, sol­tanto in appa­renza, giac­ché que­sta moda­lità di rela­zione esalta il pro­prio nar­ci­si­smo e non con­sente affatto di imba­stire veri dia­lo­ghi. In fondo che cos’è un dia­logo se non un con­fronto con qual­cuno che la pensa diver­sa­mente da noi? Un esem­pio auten­tico di dia­logo è quello tenuto da papa Fran­ce­sco con Euge­nio Scal­fari. Diven­tato papa, Fran­ce­sco è andato a par­lare, nella sede di un gior­nale laico come Repub­blica, con un gior­na­li­sta dichia­ra­ta­mente ateo. Ne sono usciti entrambi arric­chiti, come avviene quando si discute con qual­cuno che la pensa diver­sa­mente da noi. Su Face­book si col­tiva solo il pro­prio narcisismo.

Il secondo argo­mento su cui si è foca­liz­zato è la pre­gnanza della let­te­ra­tura per la con­sa­pe­vo­lezza delle per­sone e i suoi rap­porti, piut­to­sto stretti, con la socio­lo­gia. Nel suo ultimo libro, «La scienza della libertà», vi è men­zio­nato un socio­logo, Char­les Wright Mills, di cui è appena stata ristam­pata dal Sag­gia­tore la sua opera più impor­tante, «L’immaginazione socio­lo­gica», che porta benis­simo i suoi 55 anni di età, e poi tro­viamo due roman­zieri: Milan Kun­dera, che una decina di anni fa, ne «Il sipa­rio», aveva invo­cato la neces­sità di strap­pare il sipa­rio delle pre­in­ter­pre­ta­zioni, e Michel Houel­le­becq, che ne «La pos­si­bi­lità di un’isola» ha scritto una disto­pia poten­tis­sima para­go­na­bile a quelle di George Orwell, «1984», e Aldous Hux­ley, «Il mondo nuovo». Può spie­gare per­ché la let­te­ra­tura e il cinema d’autore come quello di Michael Haneke sono appa­ren­ta­bili alla sociologia?

Mills aveva com­preso i peri­coli che cor­reva la socio­lo­gia nel suo ten­ta­tivo di costruirsi un’immagine di scienza «a tutto tondo», quella per inten­derci pre­co­niz­zata da Max Weber, dimen­ti­cando la sua voca­zione di scienza della con­ver­sa­zione con gli esseri umani al ser­vi­zio degli esseri umani. Senza l’immaginazione, senza sof­fer­marsi a guar­dare quel che suc­cede là fuori, è impos­si­bile com­pren­dere come le pro­ble­ma­ti­che per­so­nali siano legate a dop­pio filo a que­stioni pub­bli­che. L’immaginazione socio­lo­gica rende ciò che è per­so­nale poli­tico. Il rischio a cui ancora oggi è espo­sta la socio­lo­gia è quello di limi­tarsi all’autoreferenzialità, a trin­ce­rarsi nel gergo ini­zia­tico degli addetti ai lavori che si par­lano, pre­va­len­te­mente di que­stioni astratte e quan­ti­ta­tive, dimen­ti­cando che i loro veri inter­lo­cu­tori sono le per­sone e che il dia­logo va imba­stito e col­ti­vato con loro, non nell’acquario dei socio­logi.
Un socio­logo degno di que­sto nome parla con la «gente», legge romanzi, guarda la tele­vi­sione e non si limita a teo­riz­zare insieme ai suoi col­le­ghi. Mostra come la vita per­so­nale e la bio­gra­fia indi­vi­duale siano inti­ma­mente con­nesse agli eventi sto­rici e ai pro­cessi strut­tu­rali e induce le donne e gli uomini a inter­ro­garsi sul que­sito fon­da­men­tale for­mu­lato da John Max­well Coe­tzee nel suo Dia­rio di un anno dif­fi­cile: «di certo il mer­cato non l’ha fatto Dio – Dio o lo Spi­rito della Sto­ria. E se lo abbiamo fatto noi, esseri umani, non dovrebbe essere pos­si­bile disfarlo e rifarlo in forma più accet­ta­bile?». È per que­sto che è neces­sa­rio strap­pare il «sipa­rio magico» di Kun­dera, come aveva fatto Cer­van­tes con il Don Chi­sciotte, per sgom­brare il campo dai pre-giudizi, dalle pre­sunte verità che ci ven­gono amman­nite quo­ti­dia­na­mente dagli imbo­ni­tori che ci ren­dono sem­pre più cie­chi e più schiavi, per recu­pe­rare nuove poten­zia­lità umane dall’oscurità in cui erano spro­fon­date e allar­gare in que­sto modo il regno della libertà umana.

Riccardo Mazzeo su Il Manifesto | 1 luglio 2014

 

E per concludere vi consiglio questi due video molto interessanti

😉

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