Twitter e la rivolta in Iran: leggende e ombre di un caso studio

Le crisi economiche e sociali producono nella popolazione malcontento e insoddisfazione. Molto si è detto su come nuove tecnologie e social network possano essere utilizzati, in diversi modi, per produrre un cambiamento nella società. Un valore aggiunto di democrazia.

He's twittering

He's twittering

Informare e organizzare
Per ognuno di noi, oggi, è molto più facile documentare le nostre esperienze e la realtà che ci circonda. Dalla neve a Roma a una sanguinosa repressione tutto può essere fotografato, ripreso e raccontato. Le potenzialità del citizen journalism sono infinite così come la possibilità che vengano diffuse e condivise attraverso i social media. Nello stesso modo è facile organizzare eventi: da una festa di compleanno a sorpresa a una manifestazione.

L’esistenza di queste potenzialità non determinano però necessariamente il valore del contenuto e della sua efficacia. Credo sia fondamentale studiare e analizzare la situazione senza farsi prendere da facili entusiasmi o allarmismi. Per questo motivo in questo post userò alcuni stralci del libro “L’ingenuità della rete” di Evgeny Morozov, autore che ho incontrato a Ferrara durante il Festival d’Internazionale, usando come case study la rivolta in Iran del 2009.

Persepolisi di Marjane Satrapi. Il punk non è morto

Persepolisi di Marjane Satrapi. Il punk non è morto

Twitter e la rivolta in Iran: l’informazione

Un’analisi di Sysomos, società che si occupa di fare analisi e monitoraggio sui social network, ha scoperto che c’erano 19235 account di Twitter registrati in Iran (ovvero solo lo 0,027% della popolazione) all vigilia delle elezioni del 2009. Visto che molti simpatizzanti del movimento verde avevano inserito Teheran come loro città nello status di Twitter per confondere le autorità iraniane, era quasi impossibile capire se la gente stava realmente a Teheran e non invece a Los Angeles. […] Una ricerca del Pew Research Center ha scoperto che il 98 per cento dei link più popolari condivisi sul sito durante quel periodo erano relativi all’Iran, ma la maggior parte di essi non provenivano o non erano ri-twittati da coloro che stavano in Iran.

Manifestanti in Iran. 26 giugno 2009

Manifestanti in Iran. 26 giugno 2009

Twitter e la rivolta in Iran: l’organizzazione

Un importante blogger e attivista iraniano, conosciuto come Vahid Online, che si trovava a Teheran durante le proteste, dubita della validità della tesi della rivoluzione di Twitter, semplicemente perché erano pochi gli iraniani a twittare. “Twitter non è mai diventato molto popolare in Iran. Ma il fatto che il mondo guardasse all’Iran con tanto interesse durante quei giorni, ha portato molti a credere che anche il popolo iraniano si informasse attraverso Twitter” ha detto il blogger. Twitter è stato usato per postare aggiornamenti su orari e luoghi  delle proteste, ma non è chiaro se questo sia avvenuto in modo sistematico nè se abbia avuto l’effetto di portare la gente per strada. […] Eppure l’Occidente non era vittima di un’allucinazione. I tweet venivano pubblicati e la folla si radunava in strada. Ma questo non vuol dire che ci fosse per forza un legame tra le due cose. Per parafrasare un vecchio detto: se un albero cade nella foresta e tutti lo twittano, è possibile che non siano stati i tweet a farlo cadere…

L’illusione occidentale che tutto avvenisse grazie alla rete, e in special modo tramite Twitter produsse una serie di errori. Un alto funzionario del dipartimento di stato americano inviò una mail ai dirigenti di Twitter chiedendo di cambiare la data delle previste operazioni di manutenzione del sito. I dirigenti dell’azienda accettarono ma spiegando che la decisione era stata presa in piena autonomia. Questa corrispondenza, che sarebbe potuta rimanere privata, venne invece resa pubblica dal dipartimento di stato americano per rafforzare le proprie credenziali nel campo dei nuovi media.

Come effetto di questa situazione nell’autorità iraniana nacque il sospetto che internet fosse uno strumento nelle mani del potere occidentale utilizzato per far cadere in regime in Iran.

La purga digitale
Tutti questi eventi hanno prodotto una vera e propria “purga digitale“, ancora oggi in atto, con la persecuzione, l’arresto e l’omicidio di attivisti e blogger. Il materiale messo in condivisione sulla rete dai media attivisti è stato analizzato per identificare i manifestanti. Il regime di Ahmadinejad ha poi piegato le potenzialità del citizen journalism mettendo in rete informazioni false per screditare gli insorti e facendo circolare racconti alternativi di quanto stava succedendo.

Come evidenzia un post sul sito Secondo Protocollo Twitter e agli altri social network hanno avuto un ruolo importantissimo per la diffusione di notizie e di filmati ma si sono, invece, rivelati totalmente irrilevanti per quanto ha riguardato l’organizzazione della rivolta.

Questa esperienza è stata guardata, inoltre, con grande interesse da Russia e Cina che hanno provveduto a rafforzare le proprie difese informatiche strutturandole in modo tale da rendere la rete e le informazioni che in essa vi circolano controllate e protette.

L’ottimismo, tutto occidentale, nei confronti delle nuove tecnologie e dei social network deve essere decisamente riconsiderato in virtù di questa esperienza. Non c’è regime che non possa essere capovolto così come non c’è rete che non possa essere controllata. Il valore aggiunto che possono portare, in una rivoluzione, le nuove tecnologie è strettamente collegato alla consapevolezza delle potenzialità positive e negative che esse comportano.